Due approcci diversi ma un’evoluzione comune: usare tecnologie avanzate per intervenire sulla complessità del tumore in modo più preciso.
L’intelligenza artificiale integra grandi quantità di dati per anticipare la risposta alle terapie mentre i campi elettromagnetici cercano di modificare il comportamento delle cellule immunitarie.
Sono risultati ancora da validare, ma indicano una direzione sempre più personalizzata e tecnologica dell’oncologia moderna.
L’AI prova ad anticipare la risposta all’immunoterapia: così cambia la cura del tumore al polmone
Il progetto internazionale i3Lung, coordinato dall’oncologa Arsela Prelaj dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha analizzato i dati di 2.396 pazienti.
Immagini, genomica, anatomia patologica ed esami clinici vengono integrati da algoritmi di intelligenza artificiale per individuare in anticipo chi potrebbe beneficiare maggiormente dell’immunoterapia.
I primi interessanti risultati pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale Nature Medicine.
E se fosse possibile sapere, prima ancora di iniziare una terapia, quanto essa potrebbe risultare efficace per un determinato paziente?
È una delle domande più complesse dell’oncologia contemporanea e ora l’intelligenza artificiale prova a fornire una risposta.
A cercare di trasformare questa possibilità in uno strumento concreto è i3Lung, un progetto internazionale dedicato al carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico, una delle forme più diffuse di tumore del polmone.
Dopo quattro anni di ricerca, il progetto ha raccolto e integrato i dati di 2.396 pazienti, grazie alla collaborazione di 16 partner internazionali.
I primi risultati sono stati presentati alla World Conference on Lung Cancer 2026, il Congresso mondiale dedicato alla ricerca sul tumore del polmone che si è svolto recentemente a Seul.
A coordinare il lavoro è stata la D.ssa Arsela Prelaj, oncologa della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dove dirige l’AI-ON Lab, laboratorio di ricerca sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale in oncologia.
Il progetto i3Lung
Il principio alla base di i3Lung è semplice da descrivere, ma tecnologicamente complesso da eseguire in quanto si integrano informazioni che normalmente vengono analizzate separatamente.
Gli algoritmi, utilizzati dal gruppo di ricerca, integrano infatti immagini delle TC, dati di anatomia patologica digitale, informazioni genomiche e risultati degli esami clinici e di laboratorio.
Questa grande quantità di informazioni viene elaborata attraverso modelli di machine e deep learning. L’obiettivo è riconoscere correlazioni e caratteristiche che possano aiutare a prevedere la risposta individuale all’immunoterapia.
“Abbiamo raccolto da una popolazione molto ampia quattro tipologie di dati“, ha spiegato la D.ssa Prelaj, illustrando il lavoro del progetto.
L’intento è quello di arrivare ad uno strumento capace di aiutare i medici a stratificare i pazienti e a individuare più precisamente il trattamento più adatto alle caratteristiche della singola persona.
L’immunoterapia ha cambiato profondamente il processamento di numerosi tumori e rappresenta, oggigiorno, uno degli standard di cura anche per il carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico, da sola o in combinazione con la chemioterapia.
Ma non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo.
In alcuni casi il trattamento può produrre un beneficio importante e prolungato; in altri la risposta può essere limitata o assente. A questo si aggiunge il problema della tossicità, che può rendere particolarmente importante evitare, quando possibile, terapie destinate a non offrire una curasufficiente.
Da qui nasce la necessità di strumenti capaci di fornire informazioni prima dell’inizio del trattamento, e non soltanto dopo aver osservato la risposta del paziente.
È questo il terreno sul quale si inserisce i3Lung. L’algoritmo non si limita a esaminare un singolo parametro, ma prova a combinare contemporaneamente dati radiologici, molecolari, patologici e clinici. La prospettiva è quella di una medicina sempre più predittiva e personalizzata, nella quale le decisioni terapeutiche possano essere supportate da un’analisi integrata delle caratteristiche del singolo paziente.
Le ricadute pratiche
Ma quanto può essere realmente utile uno strumento del genere nella pratica quotidiana?
Per rispondere a questa domanda, il progetto ha previsto anche uno studio dedicato all’utilizzo dello strumento informatico da parte dei medici.
Sono stati selezionati 100 pazienti e coinvolti 20 oncologi appartenenti al consorzio: dieci con una specifica esperienza nel tumore del polmone e dieci oncologi generali.
I medici hanno dovuto stimare l’efficacia dell’immunoterapia prima senza l’assistenza dell’AI e poi utilizzando lo strumento tecnologico. Secondo i risultati presentati dal gruppo di ricerca, l’utilizzo del tool ha migliorato le valutazioni di entrambe le categorie di professionisti, con un beneficio particolarmente rilevante tra gli oncologi generali.
Un dato che apre una prospettiva interessante, infatti strumenti di questo tipo potrebbero essere messi a disposizione di un numero più ampio di specialisti, una capacità di analisi costruita a partire da grandi quantità di dati clinici.
L’intelligenza artificiale, però, non significa automaticamente sostituire il giudizio clinico. Il valore di sistemi come quello sviluppato da i3Lung dovrà essere verificato attraverso ulteriori studi e validazioni, anche in popolazioni di pazienti differenti nonchè nella pratica clinica quotidiana. Sarà inoltre necessario stabilire come integrare concretamente le indicazioni dell’algoritmo con la valutazione dell’oncologo.
Tumore al seno, i campi magnetici “riprogrammano” le cellule immunitarie e attaccano il cancro
Uno studio della National University of Singapore mostra nei modelli preclinici un nuovo approccio basato sui campi elettromagnetici pulsati.
L’obiettivo è trasformare i macrofagi associati al tumore da alleati della malattia a cellule capaci di contrastarla.
Dopo quattro sedute con campi elettromagnetici il tumore è stato eliminato nel 75% dei modelli studiati. Ora si guarda ai prossimi studi clinici.
Lo studio dettagliato
Trasformare le difese del nostro stesso organismo da complici del tumore in una squadra capace di combatterlo. È questa l’idea alla base di una nuova strategia sperimentale sviluppata dai ricercatori della National University of Singapore (NUS) per il trattamento del cancro al seno. Lo studio, pubblicato il 4 giugno 2026 sulla rivista internazionale Smart Medicine, esplora l’utilizzo dei campi elettromagnetici pulsati (PEMF) per modificare il comportamento dei macrofagi associati al tumore, le cellule del sistema immunitario che vengono reclutate e “dirottate” dal cancro e che possono finire per favorirne la crescita.
A guidare la ricerca è stato il Prof. Alfredo Franco-Obregón, del Department of Surgery della Yong Loo Lin School of Medicine e dell’Institute for Health Innovation and Technology della NUS.
Il risultato più significativo arriva dagli esperimenti preclinici: secondo i ricercatori, senza utilizzare la chemioterapia, con solo quattro sessioni da 30 minuti di trattamento PEMF si è giunti alla completa eliminazione del tumore nel 75% dei modelli utilizzati nello studio. Un dato importante, ma che deve essere interpretato nel contesto della ricerca preclinica.
Prima di poter stabilire se lo stesso effetto possa essere ottenuto nelle pazienti, saranno necessari studi clinici specificamente progettati per verificarne efficacia e benefici.
Il ruolo fondamentale del microambiente tumorale
Per comprendere il meccanismo occorre guardare all’interno del microambiente tumorale.
Le cellule cancerose non crescono isolate. Interagiscono con le cellule circostanti e possono richiamare cellule del sistema immunitario, modificandone il comportamento a proprio vantaggio.
Tra queste ci sono i macrofagi associati al tumore, o TAM, presenti in molti tumori solidi.
In condizioni normali, i macrofagi svolgono funzioni fondamentali nella difesa dell’organismo e nella riparazione dei tessuti.
La loro attività può assumere caratteristiche differenti. In termini semplificati, i macrofagi classificati come M1 sono associati a una risposta pro-infiammatoria e possono contribuire all’eliminazione delle cellule anomale; quelli M2 svolgono invece prevalentemente funzioni antinfiammatorie e di riparazione.
Nel microambiente tumorale, molti TAM tumorali possono essere indirizzati verso caratteristiche simili a quelle dei macrofagi M2. In questo modo possono contribuire a creare condizioni favorevoli alla crescita e alla diffusione del tumore.
La ricerca della NUS parte proprio da qui: se il tumore riesce a modificare il comportamento dei macrofagi, è possibile modificarlo nuovamente in senso antitumorale? La risposta individuata dal gruppo di ricerca passa attraverso una proteina chiamata TRPC1, coinvolta nella regolazione dello stato funzionale dei macrofagi e nella risposta cellulare agli stimoli.
Secondo gli esperimenti condotti dai ricercatori, una breve esposizione ai campi elettromagnetici pulsati è in grado di attivare i canali associati a TRPC1 nei macrofagi di tipo M2. Questo meccanismo d’azione innescherebbe una cascata di segnali intracellulari capace di modificare il comportamento delle cellule, spingendole verso uno stato revertito con caratteristiche M1.
In altre parole, il campo elettromagnetico non agirebbe direttamente come un farmaco chemioterapico sulle cellule tumorali.
L’idea è piuttosto quella di intervenire sul rapporto tra tumore e sistema immunitario, riportando i macrofagi verso un’attività antitumorale.
Una volta riprogrammati, i TAM possono quindi riconoscere e attaccare le cellule cancerose. Secondo i ricercatori, il trattamento interferirebbe inoltre con la comunicazione bidirezionale tra tumore e macrofagi, rendendo più difficile per il cancro mantenere queste cellule immunitarie in uno stato favorevole alla propria crescita. “Abbiamo identificato un “interruttore” molecolare“, ha spiegato il Prof. Franco-Obregón, descrivendo il meccanismo individuato dal gruppo. “L’obiettivo è utilizzare questa conoscenza per sviluppare una terapia non farmacologica capace di sfruttare le stesse difese immunitarie dell’organismo”.
Il potenziale interesse di questo approccio risiede proprio nella possibilità di intervenire sul tumore attraverso un meccanismo differente rispetto alla chemioterapia tradizionale.
Il risultato del 75% ottenuto nei modelli preclinici rappresenta uno degli elementi più rilevanti dello studio, ma non equivale ancora a una dimostrazione di efficacia nell’uomo.
Il passaggio traslazionale dalla ricerca di laboratorio alla pratica clinica è infatti lungo e richiede diverse fasi di verifica. Occorre stabilire quale sia l’efficacia reale della terapia nelle pazienti, quali siano i benefici rispetto ai trattamenti disponibili e in quali tipi e stadi di tumore possa eventualmente essere utilizzata.
Secondo quanto riferito dal gruppo di ricerca, il dispositivo PEMF impiegato nello studio ha completato una sperimentazione clinica di Fase 1 finalizzata alla valutazione della sicurezza nell’uomo. Il team sta ora cercando partner per sviluppare studi di Fase 2 dedicati alla valutazione dell’efficacia terapeutica. È una distinzione fondamentale: la sicurezza iniziale di un dispositivo e la sua efficacia terapeutica sono questioni diverse e devono essere valutate attraverso studi clinici differenti e meticolosi.
Articoli su IA e campi elettromagnetici in oncologia
https://www.oncolife.it/novita-dalla-ricerca/diagnosi-precoce-con-ia-la-ricerca-italiana/
Inquinamento elettromagnetico e tumori: cosa dice la ricerca – Oncolife
Fonti
https://www.nature.com/articles/s41591-026-04488-2 (articolo Arsela Prelaj – INT Milano)
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/smmd.70038 (articolo Prof. Alfredo Franco-Obregón University of Singapore)
https://mail.google.com/mail/u/0/?hl=it#search/possibile/QgrcJHsbjqQZZxpgjSZrZTqTxhvkcrmnJcG
