Una diagnosi di leucemia, linfoma o mieloma può arrivare all’improvviso e portare con sé paura e molte domande. Ma proprio l’ematologia è oggi uno dei campi della medicina in cui la ricerca sta aprendo possibilità terapeutiche fino a poco tempo fa impensabili.
Comprendere la malattia, arrivare a una diagnosi accurata e affidarsi a centri specializzati nella specifica patologia ematologica sono passaggi fondamentali per costruire il percorso di cura più appropriato.
Il Prof. Paolo Corradini, Professore di Ematologia all’Università degli Studi di Milano e Direttore della Divisione di Ematologia e Trapianto di Midollo Osseo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ci aiuta a capire che cosa sta cambiando nella cura dei tumori del sangue e quali prospettive si stanno aprendo per i pazienti.
Leucemie, linfomi e mielomi non sono la stessa malattia
Vengono spesso riuniti sotto la definizione di “tumori del sangue”, ma leucemie, linfomi e mielomi sono malattie profondamente diverse.
Hanno in comune l’origine nel sistema emolinfopoietico, coinvolto nella produzione delle cellule del sangue e nel funzionamento del sistema immunitario, ma nascono da cellule differenti e possono quindi manifestarsi in modi molto diversi.
Una leucemia acuta, per esempio, può comparire rapidamente e provocare importanti alterazioni dell’emocromo. Un mieloma multiplo può invece presentarsi inizialmente con disturbi molto comuni, come un dolore persistente alla schiena o una stanchezza insolita.
Non esiste quindi un unico sintomo che possa far pensare a una malattia ematologica.
Tumori del sangue: quali sintomi non sottovalutare
Stanchezza, mal di schiena o un’infezione sono esperienze estremamente comuni e, nella maggior parte dei casi, non hanno alcun rapporto con un tumore del sangue.
Ci sono però cambiamenti che, soprattutto quando sono insoliti o persistenti, meritano un approfondimento: una stanchezza molto diversa dal solito, sanguinamenti frequenti e non abituali, la comparsa spontanea di ematomi o piccoli puntini rossi sulla pelle, infezioni che continuano a ripresentarsi.
A volte il primo passo è un semplice emocromo, capace di fornire informazioni importanti sui globuli bianchi, sull’emoglobina e sulle piastrine.
Il punto non è allarmarsi davanti a un disturbo comune, ma riconoscere quando qualcosa nel proprio organismo è cambiato e parlarne con il medico.
La diagnosi: fare presto, ma soprattutto fare bene
Quando esiste il sospetto di una malattia oncologica, il desiderio di ottenere una risposta nel minor tempo possibile è comprensibile. L’ansia può spingere a cercare il primo posto disponibile per eseguire un esame.
Ma la velocità, da sola, non garantisce una diagnosi accurata.
A seconda della patologia possono essere necessari esami del sangue, indagini molecolari, PET, TAC o risonanza magnetica. Le moderne analisi genetiche permettono inoltre di identificare specifiche alterazioni della malattia che possono contribuire non soltanto alla diagnosi e alla definizione della prognosi, ma anche alla scelta della terapia.
Su questo aspetto il Prof. Corradini richiama l’attenzione su un punto particolarmente importante: gli esami devono essere eseguiti e interpretati con competenze specifiche per la malattia che si sta indagando. Una risonanza richiesta per un paziente con mieloma multiplo, per esempio, deve essere letta cercando ciò che è rilevante per quella patologia.
Perché è importante rivolgersi a un centro specializzato? Perché diagnosi, interpretazione degli esami e scelta delle terapie richiedono competenze specifiche per ciascuna malattia ematologica.
Un esame eseguito rapidamente ma non nel contesto appropriato può dover essere ripetuto, finendo paradossalmente per allungare i tempi.
Fare presto è importante. Fare bene, fin dall’inizio, lo è ancora di più.
Come stanno cambiando le cure dei tumori del sangue
Una delle trasformazioni più importanti dell’ematologia nasce dalla capacità di utilizzare il sistema immunitario contro la malattia.
Come spiega il Prof. Corradini, oggi è possibile non soltanto riattivare il sistema immunitario, ma in alcune situazioni indirizzarlo in maniera molto precisa contro le cellule tumorali.
Gli anticorpi bispecifici, per esempio, sono progettati per riconoscere contemporaneamente la cellula tumorale e un linfocita, avvicinandoli e favorendo la risposta immunitaria.
Le CAR-T compiono un passo ulteriore. I linfociti del paziente vengono prelevati e modificati geneticamente in laboratorio affinché possano riconoscere una specifica caratteristica delle cellule tumorali. Vengono quindi restituiti al paziente come una terapia costruita a partire dalle sue stesse cellule.
Non sono trattamenti adatti a tutti e possono comportare effetti collaterali importanti. Ma in alcune malattie ematologiche hanno cambiato radicalmente lo scenario terapeutico, offrendo nuove possibilità anche a pazienti con forme avanzate di malattia e, in alcuni casi, una possibilità di guarigione.
Accanto all’immunoterapia, la conoscenza sempre più approfondita delle alterazioni genetiche delle cellule tumorali consente, in determinate situazioni, di scegliere farmaci capaci di agire su bersagli molecolari specifici.
La direzione indicata dalla ricerca appare sempre più chiara: trattamenti più selettivi e, quando possibile, un ricorso progressivamente minore alla chemioterapia tradizionale.
Il paziente deve rimanere al centro
Tecnologie sofisticate, analisi molecolari e terapie cellulari non devono però far dimenticare chi si trova dall’altra parte della scrivania.
La medicina contemporanea impone ai professionisti un carico crescente di procedure e burocrazia, con il rischio che il tempo dedicato al computer sottragga spazio alla relazione.
Ma davanti al medico c’è prima di tutto una persona che chiede aiuto. Una persona che vuole comprendere ciò che le sta accadendo, vivere più a lungo e vivere meglio.
È proprio parlando del rapporto tra medico e paziente che il Prof. Corradini affida una delle riflessioni più intense dell’intervista:
«Quello che deve insegnarti questo lavoro è a non abituarti al dolore degli altri.»
Non abituarsi significa continuare ad ascoltare, studiare e cercare nuove possibilità. Significa anche non perdere di vista il motivo per cui la medicina continua a interrogarsi e la ricerca continua ad andare avanti: poter fare di più per chi si ammala.
Corradini lo racconta attraverso i pazienti incontrati nuovamente molti anni dopo un trapianto, ormai invecchiati, diventati nonni, andati in pensione, tornati alla propria vita. Storie che, per un medico, diventano anche uno stimolo a non smettere di aggiornarsi e di fare ricerca.
Dopo la salita viene sempre la discesa
Le possibilità di cura delle malattie ematologiche sono profondamente cambiate. Alcune patologie possono essere controllate più a lungo e per altre sono disponibili strategie terapeutiche che fino a pochi anni fa non esistevano.
Questo non significa negare la difficoltà di una diagnosi o del percorso che può seguirla. Significa sapere che oggi esistono possibilità che ieri non avevamo e che la ricerca continua ad aprirne di nuove.
Alla fine dell’intervista abbiamo chiesto al Prof. Corradini quale messaggio volesse lasciare alle persone che stanno affrontando una malattia ematologica e alle loro famiglie.
Da alpinista, ha scelto poche parole:
«Dopo la salita viene sempre la discesa.»
Una frase semplice, che non cancella la fatica della salita. Ma ricorda che, anche quando il percorso appare difficile, si può continuare a guardare avanti.
