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Tumore del colon-retto: possiamo prevenirlo. Perché non lo facciamo?

Persona in farmacia durante il percorso di screening per la prevenzione del tumore del colon-retto

C’è una particolarità che rende il tumore del colon-retto diverso da molte altre malattie oncologiche: spesso abbiamo la possibilità di intervenire prima ancora che il tumore si sviluppi, individuando e rimuovendo polipi e altre lesioni precancerose.

Possiamo quindi interrompere un processo che, nel corso degli anni, potrebbe portare alla formazione di un tumore. Eppure una parte consistente delle persone invitate allo screening continua a non partecipare.

È un paradosso sul quale vale la pena fermarsi. Perché significa che, almeno in alcuni casi, la prevenzione non dipende dalla disponibilità di tecnologie sofisticate o di nuovi farmaci, ma da un gesto molto più semplice: aderire a un programma di screening.

Ne abbiamo parlato con il Prof. Enzo Masci, gastroenterologo ed endoscopista, per molti anni Direttore della Struttura Complessa di Endoscopia Diagnostica e Chirurgia Endoscopica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, da tempo impegnato nella prevenzione del tumore del colon-retto e nella sensibilizzazione sull’importanza dello screening.

Dal polipo al tumore: abbiamo tempo per intervenire

Nella maggior parte dei casi il tumore del colon-retto non compare improvvisamente. Può svilupparsi a partire da un polipo, una piccola formazione inizialmente benigna della mucosa intestinale che, nel corso del tempo, può crescere e acquisire caratteristiche tumorali.

Ed è proprio il tempo uno dei nostri principali alleati.

«Tra la nascita di un polipo e la trasformazione in un tumore maligno possono trascorrere dai 7 ai 15 anni.»

Un intervallo molto lungo, durante il quale è possibile intercettare la lesione e rimuoverla prima che diventi un tumore.

Lo screening serve esattamente a questo: non soltanto a diagnosticare precocemente un cancro già presente, ma soprattutto a individuare le persone nelle quali potrebbe esserci una lesione precancerosa.

Un test semplice che cerca tracce invisibili

Il test del sangue occulto nelle feci è il primo livello dello screening per il tumore del colon-retto.

I polipi possono provocare piccolissime perdite di sangue, generalmente non visibili a occhio nudo. Il test permette di rilevarle e di selezionare le persone per le quali è opportuno effettuare ulteriori accertamenti.

In Lombardia il programma di screening è rivolto a donne e uomini tra i 50 e i 74 anni e prevede la ricerca del sangue occulto nelle feci ogni due anni. Il percorso è gratuito e il kit per la raccolta del campione può essere ritirato in farmacia.

Un risultato positivo, però, non significa avere un tumore.

Masci lo spiega con numeri molto comprensibili: considerando cento persone con un test positivo, soltanto in circa tre o quattro viene riscontrato un tumore. In molti altri casi vengono invece trovati polipi, spesso ancora piccoli e rimovibili endoscopicamente. In altri ancora il sanguinamento può avere cause differenti oppure non viene individuata alcuna lesione.

È un’informazione importante, perché la paura di “scoprire qualcosa” può diventare essa stessa una ragione per evitare lo screening.

Ma l’obiettivo è proprio arrivare prima che quel qualcosa diventi un tumore.

Se il test è positivo, arriva la colonoscopia

Quando viene rilevato sangue occulto nelle feci, il passaggio successivo è la colonoscopia. Nell’ambito del programma di screening, l’approfondimento viene organizzato dal servizio sanitario e la persona viene accompagnata nel percorso successivo.

Ed è qui che diagnosi e prevenzione possono incontrarsi nello stesso esame.

Durante la colonoscopia il medico può infatti osservare direttamente la mucosa del colon e, quando possibile, rimuovere i polipi individuati.

«Il paziente fa, diciamo, la diagnosi e la terapia con lo stesso esame.»

La colonoscopia, quindi, non serve soltanto a cercare un tumore. Può permettere di eliminare la lesione dalla quale quel tumore avrebbe potuto svilupparsi.

Anche la paura dell’esame, secondo Masci, continua però a pesare. Nell’immaginario di molte persone la colonoscopia rimane associata a dolore e forte disagio. Oggi la sedazione e preparazioni meglio tollerate hanno cambiato significativamente l’esperienza dell’esame, che può essere affrontato con maggiore tranquillità.

Dopo un test positivo, rimandare significa perdere proprio il vantaggio che lo screening ci ha dato: sapere che è necessario approfondire.

Perché allora partecipiamo ancora così poco?

Secondo Masci, l’adesione allo screening del colon-retto continua a essere insufficiente e da molto tempo non mostra il salto che sarebbe necessario.

Le ragioni sono diverse. C’è la paura di una possibile diagnosi, ma pesa anche una cultura della prevenzione non ancora sufficientemente radicata. E, rispetto ad altri programmi di screening, quello colorettale non sempre ha ricevuto la stessa attenzione e la stessa capacità di coinvolgere direttamente le persone.

Da qui nasce anche la campagna che Masci sta portando avanti insieme a diversi Rotary Club lombardi e ATS Milano-Pavia, coinvolgendo le farmacie.

La scelta non è casuale. La farmacia è diventata un punto sanitario di prossimità frequentato quotidianamente da moltissime persone e svolge già un ruolo operativo nel percorso dello screening, a partire dalla consegna del kit per la ricerca del sangue occulto.

L’obiettivo è trasformare quel contatto quotidiano in un’occasione per ricordare che lo screening esiste e che aderire richiede poco tempo.

La videocapsula può sostituire la colonoscopia?

È una domanda comprensibile. Se oggi esistono capsule dotate di videocamera che possono essere ingerite, perché sottoporsi a una colonoscopia?

La risposta di Masci è netta: oggi la videocapsula non sostituisce la colonoscopia nello screening del colon-retto.

La videocapsula ha cambiato soprattutto lo studio dell’intestino tenue, una parte dell’apparato digerente difficilmente esplorabile con l’endoscopia tradizionale. Nel colon presenta invece limiti che non consentono di considerarla un’alternativa alla colonoscopia nel percorso di screening.

E soprattutto c’è una differenza fondamentale: la colonoscopia non permette soltanto di vedere. Permette anche di intervenire, rimuovendo un polipo durante l’esame.

Lo screening non è uguale per tutti

Lo screening di popolazione è pensato per persone che non presentano particolari condizioni di rischio. La situazione cambia quando esiste una storia familiare di tumore del colon-retto o di polipi, oppure in presenza di determinate sindromi ereditarie.

In presenza di una familiarità importante, il percorso può iniziare prima rispetto allo screening della popolazione generale e può prevedere direttamente la colonoscopia. L’età di inizio dipende dalla storia familiare, dall’età in cui il parente ha ricevuto la diagnosi e dall’eventuale presenza di sindromi ereditarie. In alcune condizioni ad alto rischio, i controlli possono iniziare già prima dei 40 anni e devono essere programmati con centri specializzati.

È quindi importante non applicare a tutti la stessa regola: chi ha genitori, fratelli o sorelle che hanno avuto un tumore del colon-retto o polipi dovrebbe parlarne con il proprio medico per capire quale sia il percorso di prevenzione più appropriato.

E se trovano davvero un tumore?

È probabilmente la paura che si nasconde dietro molti screening rimandati.

Ma proprio qui emerge il valore della diagnosi precoce.

Masci ricorda che ancora oggi alcuni tumori del colon vengono diagnosticati quando provocano un’occlusione intestinale e la persona arriva in pronto soccorso con una malattia già più avanzata.

Quando invece il tumore viene scoperto in una fase iniziale, il percorso può essere molto diverso. Oggi la chirurgia viene eseguita nella maggior parte dei casi per via laparoscopica, con ricoveri più brevi e un recupero più rapido. In alcune forme iniziali il trattamento può essere risolutivo, senza necessità di ulteriori terapie. Per le malattie più avanzate, invece, le possibilità terapeutiche sono aumentate e vengono scelte in funzione delle caratteristiche della malattia.

Ma il punto, ancora una volta, è arrivare prima.

Non aspettare di dover curare un tumore quando abbiamo avuto per anni la possibilità di intercettarne il possibile precursore.

Quella lettera lasciata sul tavolo

Forse il vero ostacolo allo screening non è sempre la paura. A volte è semplicemente il rinvio.

Arriva l’invito. Lo appoggiamo sul tavolo. Pensiamo che lo faremo la settimana successiva. Poi passa un mese, poi un altro, finché quella lettera scompare sotto altre carte.

Masci ricorda che il percorso è gratuito e che oggi anche gli aspetti pratici sono diventati più semplici. In Lombardia le farmacie rappresentano uno dei punti di riferimento del programma e possono aiutare il cittadino ad accedere allo screening secondo le modalità previste sul territorio.

Perché la differenza tra trovare un polipo e trovare un tumore può essere enorme.

E forse il messaggio più importante dell’intera conversazione è proprio questo: quando abbiamo la possibilità di arrivare prima, rimandare significa rinunciare a una parte della prevenzione che abbiamo già a disposizione.

Perché l’informazione corretta può fare la differenza.

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