Con la collaborazione della psicologa e pedagogista Halyna Maletska
“Mi congratulo con questi straordinari studenti, nominati Alfieri del Lavoro dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per l’impegno e la passione che hanno dimostrato. Rappresentano l’eccellenza e il futuro del nostro Paese: il loro percorso è la prova di quanto l’impegno e la valorizzazione dei talenti individuali possano aprire orizzonti luminosi. Auguro a ciascuno di loro di continuare a coltivare con orgoglio le proprie aspirazioni perchè sono e saranno una risorsa preziosa per l’Italia”. Queste le parole del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara alla Cerimonia per la consegna, al Quirinale, delle 25 nomine ai giovani Alfieri del Lavoro 2024.
Chi è Camilla Fezzi
La sveglia suona alle 6, nel dormitorio del California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena, Los Angeles: l’Università di svariati Premi Nobel.
La diciannovenne veronese Camilla Fezzi, che a fine Ottobre è stata “per venti ore in Italia” – giusto il tempo di essere nominata Alfiere del Lavoro, a Roma, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – in America ha una routine davvero serrata.
“Sono super attiva”, dice allegramente. “Perché pormi limiti?”.
La sua straordinaria prontezza mentale e fisica – carburante per praticare diversi sport, anche a livello agonistico (danza classica, basket, sci, tennis, equitazione), nonché studiare pianoforte, ottenere la certificazione C2 in inglese, e per “bruciare” i programmi didattici al Liceo classico Stimate di Verona, dove si è diplomata a luglio a pieni voti – le è valsa l’inclusione nella rosa dei 25 migliori studenti d’Italia, su oltre 3.400 candidati, meritevoli della prestigiosa onorificenza.
Ma questo è forse il meno. Poiché Camilla, con il suo “sogno di sconfiggere il cancro”, è stata ammessa in 18 università inglesi e americane, oltre alle italiane San Raffaele e Humanitas, per cui aveva sostenuto il test d’ingresso, scrivendo 60 saggi di presentazione.
Prestigiose istituzioni accademiche quali Caltech, Johns Hopkins, Berkeley, Ucla, Georgetown, UPenn, Cornell, Rice, Imperial College, Kings College e Ucl: “Ne ho visitate alcune e alla fine ho scelto la Caltech di Pasadena”, spiega lei, con semplicità.
Punta ad ottenere, in quattro anni, “la doppia laurea: in Biologia-Neurobiologia, la prima, e l’altra in Chimica. O forse in Aerospace, sto decidendo: mi intrigano gli sviluppi della biologia nello spazio …”.
Ecco perché, subito dopo la cerimonia al Quirinale, è salita sul primo aereo per tornare ai microscopi del Caltech. Ma non solo. Di solito, infatti, all’alba prende un Uber e parte per l’allenamento al maneggio vicino all’università. Il trasferimento in Usa non ha frenato la sua passione per l’equitazione, “per me da sempre una ippoterapia”.
Si è perfino portata dietro l’amatissima cavalla, Deesse, passata dai prati del Pestrino allo skyline californiano. “Ogni domenica libera gareggio nel salto a ostacoli. Nella mia casata universitaria, quella degli sportivi-accademici, io sono “l’italiana con il cavallo”.
E poi? Alle 7.30 torna all’università. Doccia, colazione, studio personale fino alle 10. Quindi, lezioni in aula fino alle 16: matematica, fisica e chimica a livello molto avanzato. “In realtà”, precisa Camilla, “due pomeriggi a settimana lavoro nel laboratorio dell’Istituto, a fianco di ricercatori bravissimi, per esplorare i meccanismi di replicazione del Dna. È affascinante”, sospira, tornando alla folgorazione che ebbe alle Stimate, quando “stavamo studiando le basi della genetica. Leggevo, allora, “L’imperatore del male” del Premio Pulitzer Siddhartha Mukherjee, sul tema del cancro. Ero rimasta rapita dalla “perfezione imperfetta” del Dna, dalle mutazioni che causano i tumori ma, al tempo stesso, sono il motore dell’evoluzione. Lì ho capito che cosa volevo fare da grande”.
Ma le doti di Camilla le hanno causato pure qualche sofferenza: “A scuola mi sentivo un essere alieno. Indossavo la maschera della teenager, ma ero un’incompresa, senza veri interessi in comune con i compagni”.
E la famiglia? I genitori Giovanna e Giulio, e pure il fratello maggiore Matteo, hanno sempre dovuto fare i conti con la straordinarietà di Camilla: “Fin dalla prima elementare, gli insegnanti chiedevano ai miei a quali atroci sessioni di studio mi costringessero, a casa, per essere “così”. La verità”, confida, “è che mi hanno sempre lasciata libera di seguire le mie passioni. E di questo li ringrazio immensamente”.
Ma mamma Giovanna è scoppiata a piangere quando è arrivata la pioggia di ammissioni universitarie all’estero. Papà Giulio, meno emotivo, ha detto: “Accidenti!”. Camilla è stata perentoria: “Voglio andare. E anche stavolta mi hanno supportata. Orgogliosamente italiana, oggi mi sento tra la mia gente, nel mio ambiente, sul mio pianeta”.
L’intervista che Camilla Fezzi ha rilasciato al Corriere del Veneto
C’è anche una studentessa veronese tra i 25 Alfieri del lavoro a cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha consegnato attestato d’onore e medaglia: si chiama Camilla Fezzi, classe 2005, e si è diplomata con lode, l’estate scorsa, al Liceo Classico dell’Istituto Stimate, dove ha sempre mantenuto la media del 10.
“Stringere la mano al Presidente è stata un’emozione straordinaria – ammette subito fuori dal Quirinale -. Soprattutto vederlo davanti a me di persona”.
Oggi la giovane Camilla Fezzi frequenta il California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena, a Los Angeles, dove ha intrapreso, unica italiana a farlo a 19 anni, il percorso “undergraduate” e dove, tra gli altri, hanno lavorato nel tempo Einstein, Oppenheimer e il premio Nobel italiano, Renato Dulbecco.
Che cosa le ha detto il Presidente Mattarella?
“Mi ha sorriso e mi ha chiesto come stessi in California. Mi sono sentita fiera del mio essere italiana”.
Quanto si suda per arrivare tra i primi 25 studenti d’Italia?
“I primi anni delle superiori sono stati intensi, perché studiavo dalle sei alle sette ore al giorno. Credo di aver allenato il mio cervello, al punto che, negli anni a seguire, mi sono accorta che mi bastava leggere un testo per saperlo già, come se lo avessi ripetuto tre o quattro volte. Negli ultimi due anni ho dedicato allo studio delle materie scolastiche giusto due o tre ore, mentre le altre le dedicavo ai miei progetti successivi, quindi biologia, chimica e tutte le materie necessarie ai test di ammissione per l’università”.
A quante università ha fatto domanda?
“In tutto a 27 atenei all’estero, di cui 22 negli Stati Uniti e 5 nel Regno Unito, e 2 in Italia. Sono stata ammessa in 18 di questi, un grande successo. Fare l’Università in Italia è sempre stato però il mio piano B, per diversi fattori: prima di tutto per quello che voglio fare io, cioè unire il mondo della ricerca di base con la medicina clinica, che è un iter che non è semplice fare da noi. Negli Stati Uniti si può unire il programma clinico Md e il dottorato di ricerca PhD in 10 anni, invece che in 7 + 7. Inoltre negli Usa ci sono fondi di investimento che consentono agli studenti più giovani di lavorare in laboratorio già dal primo giorno di Università”.
Quando ha maturato l’interesse per le materie scientifiche?
“Sono cresciuta a “pane ed economia”, con entrambi i genitori nel settore e li ho sempre ammirati. Ma qualcosa, dopo le scuole medie, è cambiato. Ricordo quando, durante la pandemia, studiavo la replicazione del Dna: ero rapita dalla sua “perfezione imperfetta”. Le mutazioni causano tumori, ma sono anche il motore dell’evoluzione umana. È stato in quel preciso istante, seduta alla scrivania, che ho sentito una vocazione sia per la ricerca sul cancro che per la medicina. Ho capito che la mia sete di eccellenza doveva essere al servizio degli altri, per trovare cure, per dare risposta ai molti interrogativi ancora irrisolti. Ecco perché, dopo aver sbrigato i compiti scolastici, studiavo biologia, genetica, matematica. All’inizio il mio obiettivo era solo la ricerca di base, ma un’esperienza al Methodist Research Center di Houston mi ha aperto gli occhi: ho imparato che solo attraverso il contatto con i pazienti, con il loro dolore, si può ampliare completamente la propria prospettiva e trovare quella spinta in più. Voglio essere in prima linea, voglio contribuire a svelare i misteri della vita e a lenire le sofferenze dei malati di cancro”.
Solo studio o anche hobby?
“Pratico equitazione dai tempi del liceo. Ho portato la mia cavalla Deesse in California e continuo ad allenarmi con lei qui. Con il mio primo grado Fise conseguito in Italia, ora gareggiamo nel salto con ostacoli a 120-130 cm, con l’obiettivo di crescere ancora in questo splendido sport. Tutto è cambiato nella mia vita, ma lei è l’unica costante. Suono anche il pianoforte, sebbene ultimamente non ci riesca molto. Ho poco tempo a disposizione e preferisco usare il tempo libero per andare a cavallo e fare attività fisica. Amo anche leggere romanzi e biografie: il mio scrittore preferito è Ken Follett”.
Com’è stato trasferirsi da Verona a Los Angeles?
“Andare così lontano da casa non è stato un cambiamento, ma una scoperta. Sono negli Stati Uniti da poco più di un mese, ma sembra una vita intera. Finalmente posso immergermi in ciò che amo: risolvere problemi complessi, dimostrare equazioni, “sporcarmi le mani” con cellule tumorali, costruire e programmare reazioni chimiche al computer. La mia vita è cambiata radicalmente, a partire dalla lingua. La cultura è completamente diversa. Molti considerano gli Stati Uniti un Paese senza storia ma, da fervente classicista, credo che la loro storia sia il futuro, perché la scrivono giorno dopo giorno. E io mi sento parte di questo progetto. A scuola mi sentivo costretta a rallentare, a rientrare nei ranghi. Qui, invece, non ci sono limiti e sono libera di correre. La mia vita è un’esplosione di stimoli: milioni di cose da fare, problemi da risolvere, e quando pensi di aver finito, ne spuntano altrettanti di nuovi. Certo, sono lontana da casa e a volte sento un pizzico di nostalgia: ma se sono qui, lo devo al sostegno dei miei genitori e di mio fratello Matteo, che mi hanno accompagnata in questi anni di impegno e fatica. Sapevano che se fossi stata ammessa qui, sarei partita. Sanno che questo è il mio posto. La bambina dai riccioli mori è diventata un razzo pronto al lancio”.
Messaggio ai giovani della D.ssa Halyna Maletska, psicologa e pedagogista
“È stato davvero un piacere leggere le storie di questi straordinari ragazzi, le cui passioni non solo ispirano ma ci riempiono di speranza e di ottimismo nel domani. Le loro esperienze sono un potente promemoria del potenziale che risiede nei giovani e dell’importanza di perseguire le proprie ambizioni con coraggio e determinazione.
Davanti, poi, a storie entusiasmanti come quella di Camilla, è impossibile non sentirsi spronati a dare il meglio di sé. Con la forza della sua determinazione, il desiderio di ambire all’eccellenza e la volontà incrollabile di perseguire la conoscenza più alta possibile, Camilla ha già compiuto un viaggio straordinario, dimostrando che la passione e il talento possono essere le bussole migliori verso un futuro senza confini, dove il sogno di sconfiggere il cancro potrà diventare concreto traguardo da realizzarsi.
Lei, come gli altri 24 giovani insigniti del titolo di Alfieri del Lavoro, è una testimonianza vivente del potere trasformativo dell’impegno e un esempio radioso di come, coltivando il proprio talento, si può giungere a mire inattese e meravigliose.
La sua esperienza ci invita, inoltre, a riflettere su quanto sia fondamentale trovare la nostra vocazione e, una volta trovata, seguirla senza riserve, con il cuore aperto e la mente proiettata verso il futuro. Camilla è la prova tangibile che, quando i talenti naturali sono sostenuti e alimentati dalla passione e dalla volontà, ogni sfida può diventare un’opportunità entusiasmante, ogni passo un avanzamento verso un orizzonte più luminoso.
Auspico che tutti i giovani possano ispirarsi a questo esempio di volontà e dedizione, trovando la forza di osare e di inseguire le proprie visioni, fino in fondo. Perché il futuro migliore che desideriamo realizzare si costruisce insieme, passo dopo passo, con impegno e sacrificio quotidiano, con amore per l’umanità e la ferma volontà di lasciare un segno positivo di speranza nel mondo in cui viviamo, accomunati dallo stesso desiderio di bene”.
Articoli sulla ricerca contro il cancro
https://www.oncolife.it/in-prima-linea/uccide-le-cellule-tumorali-resistenti-ai-farmaci/
