Con la collaborazione della psicopedagogista Halyna Maletska
Il progetto si chiama ’Arianna’. Come la principessa di Creta che, nel mito, permette all’eroe Teseo di orientarsi nel labirinto, grazie ad un gomitolo di lana, per trovare e sconfiggere il Minotauro. Un filo che non solo lo guida all’esterno, ma che è anche prova tangibile di supporto e vicinanza in una battaglia che lui deve combattere da solo contro il male nascosto vicino a sé.
Quel filo, nel progetto sperimentale, è il percorso sanitario per curare un tumore: una guida tra visite ed esami che aiuta il paziente a districarsi in un momento difficile, e permette agli operatori sanitari di seguirlo nel modo più corretto possibile, ossia rapidamente ed efficacemente.
Il progetto “Arianna”
Nato due anni fa all’interno della provincia di Ravenna, “Arianna” vede collaborare i medici di base con le strutture sanitarie ed ospedaliere del capoluogo romagnolo. Il progetto-pilota è, infatti, un esempio di perfetta integrazione tra ospedale, medicina di base e cittadinanza.
Ideato dal Dr. Stefano Tamberi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa dell’Oncologia di Ravenna, è stato condiviso e organizzato con la D.ssa Francesca Bravi, Direttrice sanitaria dell’AUSL Romagna, con la D.ssa Roberta Mazzoni, Direttrice del distretto Ravenna, e con il Dr. Stefano Falcinelli, Presidente dell’Ordine dei Medici di Ravenna, e diffuso ai Nuclei di Cure Primarie grazie al Dr. Mauro Marabini, Direttore di Dipartimento della Medicina di comunità del capoluogo romagnolo.
“Questo progetto è partito nel 2022 quando abbiamo notato che tra i tanti accessi al Pronto soccorso c’era una discreta quota di pazienti oncologici, di cui circa la metà vi accedeva per una prima diagnosi di tumore – spiega il Dr. Stefano Tamberi, Primario di Oncologia –. E tra questi solo una minima parte arrivava in ospedale con codice rosso o arancione. Così abbiamo pensato di creare un percorso privilegiato che permettesse ai medici di fiducia di inviarci rapidamente i loro pazienti, quindi una porta d’ingresso diretta tra ospedale e territorio, in un percorso che vede il paziente preso in carico nella sua globalità e nei suoi bisogni, attivando un’ottimale integrazione tra ogni cittadino e i diversi professionisti coinvolti.
Il Dr. Tamberi sottolinea, inoltre, l’importanza della ricerca di base, dell’innovazione diagnostica e farmacologica nonché della formazione di medici specializzandi.
“La presenza dell’Università di Bologna e il collegamento con l’Università di Ferrara sono una grande opportunità e un’eccezionale risorsa per far crescere non solo i nostri futuri medici ma anche per produrre un salto di qualità di tutto il servizio sanitario a livello cittadino e provinciale.”
Operativamente
Per comunicare velocemente la presa in carico è stato creato uno specifico indirizzo-mail dedicato al progetto, a cui i medici di base possono scrivere per segnalare, al reparto, i loro pazienti.
“Da lì, entro 48 ore, noi li invitiamo ad accedere al percorso diagnostico con gli specialisti più qualificati, e così li prendiamo direttamente e immediatamente in consegna“ prosegue il Dr. Tamberi.
Nell’ultimo anno e mezzo, dopo un periodo di necessario rodaggio, circa 200 pazienti sono stati indirizzati dai medici di medicina generale al reparto di Oncologia seguendo quel filo di Arianna che diventa una sicurezza nel percorso della malattia e il mezzo a cui tenersi saldi per non perdersi nei meandri del sistema sanitario.
Questo ha portato anche ad una riduzione degli accessi al Pronto soccorso del 20%.
“L’appropriatezza nell’invio dei pazienti da parte dei medici di base è molto alta – aggiunge Tamberi –. Solo pochissimi casi non avevano necessità di essere mandati in Oncologia. In generale deve esserci un sospetto o una neoplasia accertata.
I casi più comuni sono le neoplasie polmonari, quelle del tratto gastro-enterico e quelle urologiche: “Abbiamo constatato, infatti, che sono le patologie che vengono inviate più spesso qui in Oncologia e che corrispondono al 60-70% delle diagnosi di dimissione dal Pronto soccorso – dice il Dr. Tamberi.”
Dopo un ulteriore periodo di sperimentazione e verifica degli obiettivi proposti, tale progetto potrà essere esteso anche alle altre province della Romagna quali Forlì-Cesena e Rimini.
Uno scambio di idee su “Arianna” con la D.ssa Halyna Maletska, psicologa e pedagogista
“Il progetto Arianna è davvero una splendida iniziativa, che non solo si ispira ad un mito antico, ma si traduce anche in un’azione concreta e preziosa di orientamento e supporto per i pazienti oncologici.
Il nome stesso, Arianna, richiama un’immagine potente di speranza e di guida, offrendo ai malati un riferimento essenziale in un momento di grande fragilità. Questo progetto rappresenta un passo fondamentale per rendere il percorso di cura più umano e accessibile, proprio in quei frangenti in cui la complessità e l’incertezza possono sembrare travolgenti. È una chiara dimostrazione di come l’attenzione alla persona possa davvero fare la differenza, aiutandoci a non perderci, a restare saldi e orientati, proprio come il filo che collega passato, presente e futuro.
Il cammino che un paziente oncologico intraprende è lungo, a volte incerto, pieno di svolte. Qui entrano in gioco figure preziose: dal medico di base agli oncologi, che fungono da bussola in questo labirinto di esami e trattamenti, dagli psicologi ai professionisti della salute mentale, che forniscono quel supporto emotivo così necessario per affrontare paure e ansie legate alla malattia, e dare tutti insieme valore all’impegno comune per il Bene e la Serenità di chi combatte il cancro quotidianamente. Il filo di Arianna è davvero una metafora perfetta per descrivere il ruolo di questi esperti che, giorno dopo giorno, donano orientamento, informazioni chiare e ascolto attivo, permettendo ai pazienti di trovare in loro stessi forza e speranza nel futuro.”
E nel resto d’Italia? Nadia, il medico di famiglia e il suo ruolo nella prevenzione oncologica
Nadia è la classica mamma per cui vengono sempre prima gli altri e la sua salute è sempre secondaria ma il Covid, lo sappiamo, ha reso manifesto in molti di noi tante paure, tante incertezze e proprio questo è stato il motivo che l’ha portata dal suo Medico di medicina generale.
In quei mesi di isolamento forzato Nadia ha perso una cognata perché quando ha scoperto un tumore dopo tanti “vado o non vado in ospedale”, “adesso ci sono troppi casi positivi, “ho paura di prendermi il virus”, “non ho niente, saranno i soliti fastidi”, “adesso le convenzioni sono chiuse”, ecc … era, purtroppo, oramai troppo tardi.
E sono state proprio la paura e la frustrazione per la recente scomparsa dell’amata parente a portarla dal suo medico di fiducia con una richiesta:
“Dottoressa, domenica ci sono le giornate di prevenzione dell’Asl in piazza e questa volta ho deciso che voglio pensare un attimo a me. Prima però vorrei parlare con lei delle visite a cui mi dovrò sottoporre per togliermi qualche dubbio e qualche perplessità”.
Prevenire, prevenire e ancora prevenire
E allora, è dalla chiacchierata con Nadia e idealmente con tutti quelli che decidono che la salute è un bene prezioso e va salvaguardata, che iniziamo il nostro viaggio nelle campagne di screening, perché si sa: prevenire è meglio che curare!
Gli screening oncologici
Gli screening oncologici presentano diversi step. Risultare positivi, infatti, non significa avere un tumore. In caso di positività bisogna sottoporsi ad ulteriori esami per confermare o escludere un’eventuale patologia e, se confermata, trattarla in tempo. Le persone con un test di screening negativo, invece, normalmente si vedono assegnato un altro appuntamento in modo da ripetere regolarmente l’esame e agire subito in caso di necessità.
Gli screening oncologici servono ad individuare precocemente i tumori quando non hanno ancora dato segno di sé e quando, quindi, sono più facilmente curabili; questo è il motivo per il quale le campagne di screening sono rivolte a persone apparentemente sane.
Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) effettua tre programmi per la prevenzione dei tumori, di cui due tipicamente femminili, seno e collo dell’utero, e un terzo che interessa tutti, donne e uomini, per il tumore del colon-retto.
1. Lo screening per il tumore della mammella
Iniziamo con il tumore della mammella che oggi rappresenta la neoplasia più frequente nelle donne, infatti, circa un tumore ogni tre è localizzato al seno. Lo screening per la diagnosi precoce di questa neoplasia si rivolge alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni e si esegue con una mammografia ogni 2 anni. Questo è un esame radiologico che consente di identificare precocemente i tumori del seno, in quanto è in grado di individuare i noduli, anche di piccole dimensioni, non ancora palpabili. Una positività alla mammografia non equivale a una diagnosi certa di cancro al seno, anche se indica una maggiore probabilità di essere affette dalla patologia e per questa ragione, in caso di un sospetto, al primo esame seguono ulteriori accertamenti diagnostici tra cui l’ecografia mammaria.
2. Lo screening per il tumore del collo dell’utero
Altro tumore frequente tra le italiane, quinto per frequenza nelle donne sotto i 50 anni di età, è quello della cervice uterina. I test per lo screening del tumore del collo dell’utero sono il Pap-test e il più recente test per PapillomaVirus (HPV-DNA test) che si basa sulla ricerca dell’infezione dell’HPV ad alto rischio. È stato infatti dimostrato che sopra i 30 anni il test per il PapillomaVirus, effettuato ogni 5 anni, ha una elevata efficacia diagnostica.
Il prelievo è simile a quello del Pap-test, quindi di una piccola quantità di cellule del collo dell’utero, eseguito strofinando sulle sue pareti una spatolina e un tampone, va effettuato non prima dei 30 anni e deve essere ripetuto con intervalli non inferiori ai 5 anni in caso di negatività. Se, invece, il test HPV risultasse positivo la donna dovrà sottoporsi a un Pap-test che quindi diventa un esame di completamento, perché seleziona le donne che hanno modificazioni cellulari. Invece, per le donne dai 25 ai 30 anni l’esame di riferimento rimane ancora il Pap-test da eseguirsi ogni tre anni.
3. Lo screening per il tumore del colon-retto
Terzo ed ultimo, ma non per importanza, è lo screening per il tumore del colon-retto.
Per il tumore del colon-retto l’esame diagnostico è quello, assolutamente non invasivo, della ricerca del sangue occulto nelle feci.
Spesso i tumori intestinali sanguinano e quindi esaminare un campione di feci ci può permettere di diagnosticare una neoplasia allo stadio iniziale che non aveva ancora dato alcun sintomo di cui potessimo accorgerci. Se il test è positivo non significa necessariamente avere un tumore. Bisogna, infatti, sottoporsi ad un altro esame, di solito una colonscopia, per fare diagnosi e procedere con il trattamento.
In Italia questo test viene gratuitamente offerto ogni 2 anni alle persone tra i 50 e i 69 anni.
Il ruolo del medico di medicina generale
Queste ad oggi sono le campagne di screening proposte dal nostro SSN e sono solo tre, non perché altre neoplasie siano meno importanti o frequenti ma perché non per tutti i tipi di tumore esistono esami di screening efficaci, capaci cioè di individuare la patologia in fase precoce.
È importante ricordarsi, inoltre, che prevenzione non significa soltanto “screening oncologico”: ci sono molti modi per ridurre la probabilità di insorgenza di patologie oncologiche e non, per esempio conducendo uno stile di vita sano, innanzitutto dal punto di vista alimentare, e riducendo al minimo i fattori di rischio evitabili come il fumo di sigaretta, l’assunzione di alcolici o l’eccessiva sedentarietà. Anche le vaccinazioni rientrano nel grande capitolo della prevenzione, e addirittura ci sono alcuni vaccini che prevengono il cancro, come per esempio quello anti-papillomavirus o quello per l’epatite B.
In tutti questi percorsi il medico di base ha un ruolo strategico di promozione e diffusione della cultura dello screening e della prevenzione tra i propri assistiti, ma anche e soprattutto nel favorire l’adesione dei cittadini a tali programmi, grazie al rapporto privilegiato e diretto con i propri pazienti, che si fidano e si affidano a lui per ricevere consigli e supporto per ogni decisione sulla propria salute.
La loro figura è fondamentale anche nel post-esame perché, nel caso in cui uno di questi controlli dovesse risultare positivo, sta a lui aiutare, rassicurare e indirizzare il paziente nel giusto percorso di cure per sfruttare al meglio il vantaggio temporale dato dallo screening.
La prevenzione è vita, e quindi è importante giocare d’anticipo e aderire, in massa, alle campagne di screening promosse dal nostro Sistema Sanitario Nazionale.
Articoli sull’Oncologia territoriale per la prevenzione e la cura dei tumori
Domande da porre al medico – Oncolife
https://www.oncolife.it/in-prima-linea/cancro-domande-da-porre-al-medico/
Screening del cancro: in che modo è influenzato dal pregiudizio inconscio – Oncolife
Papilloma virus e cancro: proteggiti col vaccino – Oncolife
https://www.oncolife.it/novita-dalla-ricerca/papilloma-virus-e-cancro-proteggiti-col-vaccino/
Fonti
