Con la collaborazione della D.ssa Halyna Maletska
La top-model Bianca Balti, co-conduttrice all’ultimo festival di Sanremo, ha raccontato in più occasioni il modo in cui sta affrontando la sua malattia.
“Quando ho deciso di partecipare a Sanremo ho detto a Carlo Conti: Guarda che non vengo a fare la malata di cancro, voglio invece che questo momento sia una celebrazione della vita“.
Il tumore ovarico e la storia di Bianca Balti
Bianca, oggi 40enne, ha dato notizia della sua malattia attraverso i social: dalla scoperta nel 2022 di essere portatrice della mutazione Brca1 all’intervento di mastectomia preventiva, dalla diagnosi di tumore ovarico al terzo stadio alla sua rimozione chirurgica, dalla prima seduta di chemioterapia, lo scorso 14 ottobre, all’ultima, la sesta, il 27 gennaio, fino alla scelta recente di evitare l’asportazione preventiva di tube e ovaie. Un racconto senza filtri in cui la modella ha mostrato tutta la sua sofferenza ma anche una grande forza nell’affrontate una delle battaglie più difficili che si possano combattere.
Il palco dell’Ariston, sul quale è salita, è stata un’occasione non solo per sensibilizzare sul cancro ovarico e le mutazioni Brca, ma anche per celebrare, come ha riaffermato lei stessa in diretta, “la vita nella sua pienezza”.
Gli esperti parlano di prevenzione
A parlare del suo caso, dal punto di vista scientifico, è la Prof.ssa Domenica Lorusso, docente all’Università degli studi di Roma e Direttrice dell’Unità operativa di Ginecologia oncologica all’Humanitas San Pio X di Rozzano, struttura presso la quale Bianca Balti è stata seguita.
“Il tumore ovarico è causato dalla proliferazione incontrollata delle cellule delle tube o delle ovaie, il più delle volte di quelle epiteliali che ne rivestono le pareti interne.
A esserne colpite, in Italia, sono circa 6.000 donne all’anno, con una sopravvivenza del 43 % a 5 anni dalla diagnosi.
Il problema maggiore di questa neoplasia è il ritardo con cui viene scoperta. Nella gran parte dei casi – circa l’80 % – viene rilevata quando è in già in una fase avanzata, poiché non dà sintomi negli stadi iniziali e può evolvere verso quelli successivi nel giro di 12-24 mesi.
Delle nuove diagnosi, circa il 25 % è determinato dalla mutazione dei geni Brca1 e Brca2.
Le donne che ereditano da un familiare la mutazione Brca1 hanno una probabilità del 40% di sviluppare un tumore ovarico nel corso della propria vita, mentre le percentuali sono decisamente minori – nell’ordine del 18% – per le portatrici dell’altro gene mutato, il Brca2”, chiarisce la Prof.ssa Lorusso.
“I geni Brca1 e Brca2 – spiega in dettaglio il Prof. Saverio Cinieri, Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) – sintetizzano proteine in grado di bloccare la proliferazione incontrollata delle cellule tumorali. Quando sono mutate, cioè difettose, il DNA non viene riparato correttamente e si determina così un accumulo di alterazioni genetiche, le quali aumentano il rischio di sviluppare determinati tipi di tumore, in particolare al seno e all’ovaio. Una mutazione dei geni Brca1 e Brca2, ereditata dalla madre o dal padre, determina quindi una predisposizione a sviluppare un tumore ginecologico più frequentemente rispetto alla popolazione generale.
Il test genetico – prosegue il Prof. Cinieri – deve essere effettuato subito dopo il momento della diagnosi, come indicato nelle linee guida dell’AIOM, da tutte le donne con tumore dell’ovaio o con tumore alla mammella triplo negativo, e da pazienti, sia uomini che donne, con familiarità diretta di tali patologie.
Nei familiari che presentano le mutazioni Brca1 e/o Brca2 devono essere, in seguito, avviati programmi di sorveglianza intensiva, i quali spaziano dai controlli periodici fino all’asportazione chirurgica consigliata delle ovaie (ovariectomia) e di entrambi i seni (mastectomia).
È stato stimato – prosegue il Presidente AIOM – che le strategie mediche e chirurgiche di riduzione del rischio, attuate nelle parenti sane, ma positive al test genetico preventivo, sono in grado di portare ad una diminuzione dell’incidenza del carcinoma ovarico di ben un 40 % in 10 anni.
Pertanto il test genetico su queste due mutazioni risulta veramente efficace e quindi fondamentale nella fase preventiva del cancro alle ovaie“.
I geni Jolie
Un’eredità scomoda, senza dubbio, quella familiare che oggi può e deve diventare “una chance di prevenzione“, e non andrebbe vista invece come una condanna senza appello; infatti i cosiddetti ‘geni Jolie’, o meglio le mutazioni dei geni Brca1 e Brca2, alterazioni rese famose dalla storia personale e dal racconto pubblico della star hollywoodiana Angelina Jolie, espongono ad un rischio aumentato di contrarre alcuni tumori ginecologici,.
“Sul fronte della sensibilizzazione della popolazione generalizzata” – riflette la Prof.ssa Lorusso – “ha fatto di più una copertina della rivista Time, dedicata nel 2013 all’attrice americana Jolie che si era sottoposta ad una mastectomia bilaterale profilattica in quanto portatrice dei geni Brca1 e 2, rispetto ai precedenti 30 anni di ricerche dei clinici e dei genetisti.
Testimonianze come quelle della Jolie e della Balti hanno, infatti, la capacità di arrivare direttamente e prepotentemente al pubblico“, sottolinea l’esperta oncologa. “Inoltre, proprio in questi giorni è ripartita da Milano una campagna di informazione sui tumori eredo-familiari in quanto conoscerli è il primo passo per promuovere la prevenzione sulle più importanti patologie oncologiche femminili.
La condivisione d’impatto delle esperienze come quelle di Bianca Balti e Angelina Jolie, sono importantissime”, osserva ancora l’oncologa del Centro Humanitas che segue la modella nel suo percorso sanitario.
“Bianca ha spiegato che la scelta di non togliere le tube e le ovaie, nonostante le sia stato diagnosticato un tumore proprio in questi ultimi organi, è stata presa perché voleva affrontare un’altra gravidanza. E questa è una testimonianza molto forte, perché – come ha dichiarato più volte la stessa modella – “la vita non è la malattia, la vita va avanti malgrado la malattia“.
Un altro aspetto che la Prof.ssa Lorusso ci tiene a chiarire è che “la mutazione non trasmette il tumore, ma una maggiore predisposizione, un rischio aumentato di ammalarsi di alcuni tumori, incluso quelli dell’ovaio, del seno, del pancreas, alcuni melanomi e il tumore della prostata.
Cosa posso fare se so di avere una mutazione di questo tipo? Semplice, mettere in atto una serie di strategie di prevenzione primaria e secondaria per intercettare anzitempo l’eventuale insorgenza della patologia“.
Le strategie di prevenzione
“La prevenzione primaria – illustra la Professoressa – è ciò che posso attuare per fare in modo che la malattia non si sviluppi, togliere in questo caso l’organo prima che si possa ammalare. E da qui la mastectomia del seno o l’annesiectomia – asportazione di tube e ovaie – profilattiche.
Poi c’è una prevenzione secondaria che consiste nel compiere periodicamente degli esami per potersi accorgere anticipatamente dell’insorgenza della patologia, quando fosse ancora allo stadio iniziale, precoce. La prevenzione secondaria si può attuare per il tumore al seno, mediante una mammografia ed un’ecografia senologica, ed anche con la risonanza magnetica se so di avere una mutazione genetica. Ma una vera prevenzione secondaria non ce l’abbiamo per il tumore dell’ovaio: anche se tutte le linee guida riportano che le donne dovrebbero fare, ogni 6 mesi, un’ecografia ginecologica e il dosaggio sanguigno del CA-125, il marcatore specifico di questo tipo di tumore ginecologico.
Questa situazione bisogna viverla come un’opportunità: se io so di essere geneticamente predisposta, devo mettere in atto tutta una serie di strategie di prevenzione per fare in modo che la patologia non insorga o che venga diagnosticata molto precocemente, usando quindi l’informazione anticipata contro la malattia stessa” – sottolinea la Prof.ssa Lorusso. Oggi c’è comunque una migliore comprensione dei tumori ereditari ed è, quindi, molto importante affidarsi a qualificati Centri di riferimento, dove c’è l’esatta conoscenza di come si devono curare queste specifiche patologie, grazie alla presenza di ottimi chirurghi, esperti di terapia medica, farmaci innovativi e radiologi dedicati, insomma un’équipe che “avvolge” la paziente e se ne prende cura a 360 gradi”.
Con assoluta trasparenza va detto che anche con questa sorveglianza noi non riusciamo a trovare sempre il tumore in uno stadio iniziale, perché quello ovarico è una neoplasia rapida nel suo sviluppo e, anche sottoponendosi ad un’ecografia ogni 6 mesi, lo troviamo in più del 50% dei casi in una forma avanzata, al terzo stadio, quando ha già colonizzato il peritoneo“. In altre parole, “la storia di Bianca Balti è la storia della maggior parte delle donne che hanno la sua stessa situazione di partenza“.
E’ una sfida complessa. Per anni il tumore ovarico, evidenzia l’esperta, “è stato chiamato “killer silenzioso”. In realtà ha dei sintomi aspecifici – mal di pancia, gonfiore addominale, difficoltà digestive, raramente perdite ematiche – che vengono più facilmente confusi con indizi di gastriti, coliti, diverticoliti“.
Cosa ci riserva la ricerca per il futuro?
“Stiamo studiando una nuova classe di farmaci che si chiamano anticorpi farmaco-coniugati, i quali rappresentano, dal mio punto di vista, la grande novità della ricerca oncologica. Saranno i medicinali – prospetta la ricercatrice dell’Humanitas – che nei prossimi anni rappresenteranno un’altra pietra miliare nel trattamento dei tumori ginecologici: un farmaco chemioterapico si lega ad un anticorpo monoclonale e quest’ultimo, riconoscendo un recettore espresso specificamente sulla membrana della cellula tumorale, gli si unisce ad alta affinità per poi essere rilasciato nel citoplasma della stessa cellula bersaglio, dove svolgerà in modo efficace la sua azione terapeutica“.
Concludendo: “Questa strategia non elimina gli effetti collaterali come speravamo ma è un modo più efficiente di convogliare la chemioterapia direttamente su tutte le cellule maligne. Constatiamo che questo è il meccanismo per cui vediamo delle risposte positive come mai ne avevamo viste in precedenza. E questa è un’ottima prospettiva per il futuro dei nostri pazienti e per la soddisfazione di noi ricercatori“.
Il pensiero illuminante della psicopedagogista Halyna Maletska
“Conosciamo la storia di Bianca Balti, e il suo coraggio nel condividere la malattia, nel trasformare un momento di dolore in una “celebrazione della vita”: questo è un messaggio potente che tocca tutti noi.
Come diceva Albert Camus, “Nel bel mezzo dell’inverno, ho infine imparato che vi era in me un’invincibile estate”. Questa frase rispecchia perfettamente il messaggio che l’amabile Bianca ci ha trasmesso: la luce si può trovare anche nei momenti più bui.
Trovo straordinaria la sua capacità di affrontare la sofferenza senza nasconderla, dimostrando che la vulnerabilità non è sinonimo di debolezza ma di consapevolezza. Accettare la paura e, al tempo stesso, scegliere di vivere con pienezza è una forma di forza che merita di essere riconosciuta e valorizzata.
Noi donne, in particolare, sappiamo quanto sia importante prendere decisioni difficili con determinazione e coraggio.
Abbiamo appena celebrato la Giornata Internazionale della Donna, un’occasione per ricordare quanta forza ci voglia per affrontare le sfide quotidiane, per prendersi cura di sé e per non lasciare che la paura ci privi della possibilità di godere appieno della vita.
Anche perché celebrare la vita non significa ignorare i rischi, ma prendersi cura di sé affinché quella celebrazione possa durare il più a lungo possibile. La medicina ci offre strumenti sempre più avanzati, ma spetta a noi fare scelte consapevoli, ascoltare il nostro corpo e dare la giusta priorità alla nostra salute.
La testimonianza di Bianca Balti mi ha fatto riflettere su quanto ogni scelta abbia un suo peso e una sua conseguenza. Scegliere di affrontare una malattia con dignità e speranza significa già in parte vincerla, perché questo è un vero atto di resistenza e di amore per la vita stessa.
Sta a noi onorarla con scelte sagge e con un cuore sempre aperto alla bellezza del presente”.
Articoli sulla prevenzione e la cura del tumore alle ovaie
Un naso elettronico per la diagnosi del tumore alle ovaie – Oncolife
Olaparib e cancro alle ovaie con mutazione genetica Brca – Oncolife
Cancro alle ovaie: ecco come l’alimentazione può influenzare la sopravvivenza – Oncolife
Fonti
https://www.today.it/tv/news/sanremo/bianca-balti-tumore-ovaie-sanremo.html
