Con la collaborazione del Prof. Paolo Leonardi, Presidente APIC, e della D.ssa Halyna Maletska, Psicopedagogista
Sabato 15 Febbraio si terrà presso l’ Auditorium Cattaneo dell’Università del Piemonte Orientale,
in via Perrone 18 a Novara, la 3^ Giornata nazionale del Colangiocarcinoma (Ente organizzatore: Associazione Pazienti Italiani di Colangiocarcinoma; Responsabile scientifico: Prof. Matteo Donadon) con lo scopo di sensibilizzare la popolazione e discutere, sia con i pazienti che con gli esperti sanitari, sulla prevenzione e le terapie innovative utili per contrastare questa insidiosa patologia oncologica.
L’APIC, Associazione Pazienti Italiani di Colangiocarcinoma, vuole migliorare l’aspettativa e la qualità di vita di chi ha un colangiocarcinoma e, a questo scopo, suggerisce a tutte le persone che presentano dei sintomi o che risultano avere dei fattori di rischio per ammalarsi di colangiocarcinoma, di eseguire un’ecografia addominale .
Per questo motivo, l’Associazione ha istituito un fondo di 12.000 euro – “In ricordo di Caterina” – per sostenere economicamente chi presenterà la richiesta del proprio medico di famiglia per un esame ECOADDOME – avente come quesito diagnostico “indagine sulle vie biliari” – e la ricevuta del pagamento sostenuto.
Inoltre, è in programma un bando di finanziamento per un progetto di studio sul colangiocarcinoma, riservato a giovani ricercatori under40, di 30mila + 30mila euro (per due anni) con l’aggiunta, dopo una attenta valutazione del progetto scientifico, di un premio di 15mila euro al ricercatore vincitore.
Cos’è il colangiocarcinoma?
Colangiocarcinoma significa letteralmente tumore delle vie biliari, il sistema di tubi che convoglia la bile prodotta dal fegato all’intestino. Origina dai colangiociti, le cellule che costituiscono le pareti dei dotti biliari. Può svilupparsi all’interno del fegato (tumore “intraepatico”) o lungo le vie biliari al di fuori del tessuto epatico (tumore “extraepatico”).
Si tratta di una malattia subdola che non dà sintomi così chiari e allarmanti da indurre chi ne soffre a rivolgersi al medico. La diagnosi, inoltre, non è delle più semplici, mentre sul fronte delle terapie sono stati fatti degli interessanti progressi negli ultimi anni.
Quanto è frequente questo tumore?
Questo tumore è raro ma la sua frequenza sta aumentando. In Italia, si registrano circa 5.000 nuovi casi all’anno ma si stima che entro il 2040 questo tumore possa diventare la terza causa di morte per cancro. Anche per questo motivo, un numero crescente di ricercatori sta cercando soluzioni efficaci per contrastare questa patologia.
Quali sono i sintomi?
Purtroppo, lo sviluppo del colangiocarcinoma è insidioso dal momento che la sintomatologia non è così evidente da spingere chi ne è affetto a consultare un medico. Pertanto, la maggior parte delle diagnosi avviene in stadi avanzati, con sintomi come ittero, dolore addominale, astenia, perdita di peso ed infezioni delle vie biliari.
La fase diagnostica
La prima grande difficoltà legata a questo tumore sono i sintomi, pochi e generici, che per questo motivo sono spesso attribuiti, per errore, ad altre patologie.
Nelle fasi iniziali non dà dolore né fenomeni di particolare rilievo. Il più delle volte la prima manifestazione è un cambiamento di colore delle sclere, il cosiddetto “bianco dell’occhio”, che tende a virare verso il giallo (ittero). Con il passare del tempo può comparire ittero anche della cute. Tra i campanelli di allarme c’è anche un cambiamento nel colore delle feci che diventano un po’ più chiare, e dell’urina che si fa più scura.
Si tratta di sintomi che, fin quando non raggiungono un’intensità allarmante, di rado vengono colti dal paziente. Questo ritardo sottrae tempo prezioso per combattere efficacemente il tumore.
A stringere ulteriormente la finestra utile per intervenire vi è la difficoltà della diagnosi. In genere la valutazione clinica e un’ecografia possono far sorgere soltanto un sospetto di colangiocarcinoma. Per arrivare a una diagnosi affidabile è necessario eseguire esami più approfonditi, come la TAC, che tuttavia non sempre dà risultati risolutivi. Si passa allora a una specifica risonanza magnetica, definita colangio-RM .
Al momento della diagnosi, solo in un paziente su cinque la localizzazione e le caratteristiche del tumore sono tali da consentire una sua asportazione chirurgica. In questi casi il trattamento può essere risolutivo.
Le probabilità di ammalarsi possano essere influenzate da obesità, sindrome metabolica, cirrosi, infezioni da virus dell’epatite B e C e da comportamenti a rischio come il fumo.
Quali sono le terapie disponibili?
Dalla chemioterapia convenzionale, che rallentava la crescita del tumore ma aveva effetti poco rilevanti sulla sopravvivenza del paziente, e grazie al rilevamento di specifiche alterazioni genetiche del tumore presenti in alcuni pazienti, sono state messe a punto terapie a bersaglio molecolare. Questo approccio, conosciuto col nome di medicina personalizzata, aumenta l’efficacia del trattamento e riduce gli effetti collaterali tipici delle terapie tradizionali.
Quali sono le nuove terapie a bersaglio molecolare?
I nuovi farmaci agiscono su diverse vie molecolari coinvolte nello sviluppo e nella progressione del tumore. Tra i farmaci più promettenti, c’è ivosidenib che inibisce l’isocitrato deidrogenasi 1 e 2 (IDH1, IDH2) e il pemigatinib attivo sul recettore del fattore di crescita dei fibroblasti (FGFR). Entrambi i farmaci sono stati approvati dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) per il trattamento della malattia metastatica, in stadio avanzato, che non risponde ad altre terapie.
Come agisce Pemigatinib?
Il pemigatinib, componente della famiglia dei farmaci chiamati inibitori della chinasi, crea un legame reversibile con il dominio chinasico del recettore FGF. In questo modo, come evidenziato dagli studi clinici, causa una significativa riduzione della progressione della malattia e un miglioramento della sopravvivenza dei pazienti con colangiocarcinoma che presentano mutazioni a carico del recettore FGFR2.
E l’Ivosidenib?
Ivosidenib è un inibitore contro IDH1 mutato che converte l’alfa chetoglutarato (αKG) in 2-idrossiglutarato (2-HG). Quest’ultima molecola interferisce con la normale crescita cellulare e favorisce la tumorigenesi. Ivosidenib ha dimostrato la sua efficacia nella sperimentazione ClarIDHy, studio clinico di fase 3 per il colangiocarcinoma IDH1-mutato.
È possibile utilizzare anche l’immunoterapia?
Si, nei pazienti che non possono essere operati, il trattamento combinato di chemioterapia e immunoterapia con durvalumab, è una scelta terapeutica. Recentemente, l’AIFA ha infatti approvato la rimborsabilità di durvalumab per il trattamento dei tumori delle vie biliari.
Che dati ci sono a supporto di questa terapia?
Ci sono i risultati dello studio Topaz-1, che ha coinvolto circa 700 pazienti e ha dimostrato che la combinazione durvalumab e chemioterapia è in grado di migliorare la sopravvivenza nel trattamento di prima linea (cioè il trattamento fatto subito dopo la diagnosi), con un minor rischio di progressione di malattia e miglior risposta al trattamento rispetto alla sola chemioterapia.
Quali sono le prossime sfide da superare?
Nonostante i progressi significativi, l’uso di farmaci anti-FGFR o contro le forme mutate di IDH1, nel trattamento del colangiocarcinoma, presenta ancora alcune sfide quali la resistenza al trattamento, gli effetti collaterali e la necessità di identificare correttamente i pazienti che trarranno maggior beneficio da questi trattamenti.
Progetti innovativi: l’Humanitas di Milano ha realizzato un “organ-on-chip” per un approccio personalizzato al colangiocarcinoma
I ricercatori dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e gli scienziati del Politecnico di Milano hanno unito le forze nel comune tentativo di mettere a punto un innovativo modello di malattia sul quale testare nuove combinazioni farmaceutiche.
“Il colangiocarcinoma si sviluppa a livello delle vie biliari, un complesso e ben ramificato sistema di dotti e canali che si sviluppa all’interno del fegato”, esordisce Ana Lleo De Nalda, Professoressa ordinaria di Humanitas University e Responsabile del Laboratorio di Immunopatologia Epatobiliare dell’Ospedale Humanitas di Milano. “Tali strutture, dal diametro microscopico, coprono come una rete l’intera superficie del fegato per poi confluire in ramificazioni via via più grosse le quali formano un dotto biliare comune, o coledoco, che sbocca nell’intestino”. L’insieme dei dotti biliari ha lo scopo di raccogliere e convogliare nell’intestino la bile prodotta dalle cellule del fegato (e immagazzinata nella cistifellea) e necessaria per la digestione e l’assorbimento dei grassi; inoltre, tramite i dotti biliari trovano eliminazione sostanze tossiche o alcuni prodotti di scarto del metabolismo. “Le vie biliari sono rivestite da un tipo di cellule chiamate colangiociti, a livello delle quali si sviluppa il colangiocarcinoma”, precisa la Prof.ssa Lleo.
“Il fegato è un organo non innervato, perciò il colangiocarcinoma si manifesta in maniera completamente asintomatica. Di conseguenza la maggior parte delle diagnosi giunge tardiva, quando il tumore non è più asportabile” chiarisce la Lleo.
Non sono disponibili test di screening o esami diagnostici in grado di anticipare la presenza del colangiocarcinoma, perciò la diagnosi non giunge prima delle manifestazioni cliniche associate alle ostruzioni dei dotti biliari: la mancanza di strumenti di diagnosi e di approcci farmacologici efficaci fa di questa neoplasia una delle peggiori da affrontare, contro cui rimane solo la chirurgia quale unico trattamento radicale.
Di fatto, negli ultimi anni la ricerca scientifica ha compiuto enormi balzi avanti, specialmente nel settore dell’oncologia di precisione alzando il velo sui meccanismi genetici che ne regolano l’insorgenza di un ampio numero di tumori: l’arrivo delle “terapie mirate” ha interessato anche il colangiocarcinoma, in cui l’impiego di farmaci in grado di inibire la funzione dei geni FGFR2 e IDH1 ha prodotto solide risposte nei pazienti con neoplasia intraepatica. “Purtroppo, all’incirca solo 2 pazienti su 10 possono usufruire di queste terapie”, afferma ancora la prof.ssa Lleo. “La rimanente quota non presenta mutazioni specifiche su cui possano agire farmaci mirati”.
Anche per questo motivo è necessario continuare a condurre progetti di studio sul colangiocarcinoma. Utilizzando un gergo aeronautico si direbbe di spingere avanti le manette di potenza della ricerca e puntare in alto il muso, oltre le nuvole che circondano i meccanismi di insorgenza del tumore e, ancora di più, quelli con cui resiste ai farmaci. A tale scopo servono modelli di colangiocarcinoma rigorosi e affidabili, come quello messo a punto grazie alla collaborazione tra Humanitas e Politecnico di Milano e descritto in un articolo della rivista Journal of Hepatology Reports.
“Si tratta di un chip realizzato in un polimero delle dimensioni di pochi centimetri”, spiega Marco Rasponi, professore associato di Tecnologie per la Medicina Rigenerativa al Politecnico di Milano, dove è anche responsabile del Laboratorio di Microfluidica e Microsistemi Biomimetici. “All’interno di questo dispositivo, nei canali micrometrici scavati grazie ad avanzate tecniche fotolitografiche, abbiamo ‘seminato’ le cellule prelevate da pazienti con colangiocarcinoma, lasciando che riproducessero l’architettura del tumore”.
In questo modo è stato possibile ottenere un modello accurato della malattia da usare per testare l’efficacia di varie combinazioni di farmaci dirette contro questo tumore epatico. “Così facendo non solo auspichiamo di poter dare un impulso alla ricerca sul colangiocarcinoma – conclude la Prof.ssa Lleo – ma puntiamo a realizzare uno strumento che permetta di valutare l’utilità e l’efficacia delle soluzioni oggi a disposizione (e di quelle che in futuro usciranno dai laboratori e dalle officine farmaceutiche) prima che il paziente cominci la terapia, in modo tale da offrirgli i farmaci con cui colpire in maniera più precisa possibile le cellule tumorali”.
La preziosa riflessione della psicopedagogista Halyna Maletska
“Il colangiocarcinoma è una malattia estremamente aggressiva, ma non invincibile. Combatterlo non è un’impresa facile, ma ciò non significa che sia una battaglia persa. La forza della scienza, l’impegno dei medici, il coraggio dei pazienti e l’amore delle famiglie sono armi potenti. Ogni giorno, ogni piccolo passo avanti nella ricerca ci avvicina a nuove soluzioni, a terapie più efficaci, a una luce sempre più intensa in fondo al tunnel.
La lotta al colangiocarcinoma non è solo una questione di terapie o di tecnologie, ma un impegno collettivo che unisce medici, ricercatori, pazienti e famiglie. La scienza è il nostro alleato più potente, ma il progresso è possibile solo se supportato da una rete di solidarietà e consapevolezza pienamente umana.
La ricerca non si ferma, e dietro ad ogni numero, dentro ad ogni pubblicazione, c’è la volontà di migliorare concretamente la qualità della vita di tante persone reali.
In tutto ciò, il ruolo dell’APIC è fondamentale, promuovendo questa meritoria Associazione l’importanza della diagnosi precoce e l’accesso a risorse terapeutiche. Ci ricorda che nessuno deve affrontare questa sfida da solo. La sensibilizzazione, attraverso strumenti semplici come un’ecografia addominale, per chi presenta sintomi sospetti o fattori di rischio, può fare la differenza tra una diagnosi precoce e una tardiva. E quando si parla di colangiocarcinoma, il tempo è davvero prezioso. È un invito quindi a prendersi cura di sé e un messaggio che dobbiamo diffondere con convinzione.
È essenziale ricordare, poi, che ogni passo avanti, per quanto piccolo, è una vittoria. Ogni modello creato in laboratorio, ogni farmaco testato, ogni paziente informato rappresentano un contributo alla costruzione di un futuro in cui il colangiocarcinoma sarà una sfida che sapremo affrontare e vincere.
La scienza è speranza, e in questo articolo c’è la prova dell’incredibile impegno di chi, ogni giorno, non smette di cercare soluzioni, nuove risposte e strade che possano cambiare, in positivo, il destino di tanti.
Anche quando tutto sembra incerto, la ricerca va avanti, guidata dalla forza e dalla determinazione di chi non si arrende mai!”
La mission dell’APIC
I pazienti con colangiocarcinoma sono al centro delle azioni di questa importante Associazione. Si offre loro, e ai loro familiari, l’esperienza di chi convive o ha convissuto col colangiocarcinoma, la conoscenza delle strutture cui ci si può rivolgere e informazioni sull’evoluzione delle terapie.
L’APIC collabora con ricercatori, medici e case farmaceutiche cercando di raggiungere tutto ciò che c’è di nuovo nel settore della diagnostica e della terapia oncologica, e renderlo accessibile ai pazienti e alle loro famiglie.
“Non c’è tempo da perdere, momento per momento si deve fare tutto ciò che è umanamente nelle nostre possibilità”.
Articoli sul colangiocarcinoma
https://www.oncolife.it/in-prima-linea/apic-associazione-in-aiuto-ai-malati-di-colangiocarcinoma/
APIC l’associazione in aiuto ai malati di colangiocarcinoma – Oncolife
Fonti
https://www.facebook.com/photo/?fbid=1004879671673677&set=a.550666753761640 (programma 3^ Giornata nazionale APIC)
https://www.jhep-reports.eu/article/S2589-5559(23)00241-0/fulltext (articolo sull’organ-on-chip – Ana Lleo / Marco Rasponi)
https://www.airc.it/news/colangiocarcinoma-una-giornata-per-ricordare-un-tumore-silenzioso
