Con la collaborazione, nell’intervista e nel commento, della psicopedagogista Gaia Maletska
Luca, partiamo dalla fine e riavvolgiamo il nastro della tua vita come nei migliori film del tenente Colombo: come ti senti ora che sei guarito da un tumore?
Tornando indietro col pensiero, oggigiorno posso dire di sentirmi una persona migliore rispetto a prima, non solo nel senso fisico ma anche, e soprattutto, in quello caratteriale. Quando ti viene diagnosticato un tumore il tempo un po’ si ferma e si passano momenti molto difficili, ma ora mi sento rinato e pieno di vita. Ora ho idee precise per il mio presente e il mio futuro, condivise sempre con Natasha e coi miei due gioielli di famiglia, Jonathan e il piccolo Giacomo. Quindi mi ritengo molto fortunato perché è stato superato un bell’ostacolo, e lo stiamo vivendo felicemente tutti insieme.
Ci racconti in breve le tue sensazioni più belle da pallavolista dai 10 anni degli inizi ai 32 della tua ultima partita col pallone da schiacciare tra le mani?
La pallavolo per me è stata tutto. Al primo giorno della quinta Elementare dovevo andare all’allenamento dei pulcini del Ravenna calcio però ero arrivato tardi alla fermata perdendo così il pullmino. Allora, quasi vedendoci un segno del destino, ho telefonato subito a mia madre e le ho detto che non avrei più fatto calcio ma pallavolo perché mia sorella più grande, che ammiravo, giocava nella pluriscudettata Teodora e volevo assolutamente imitarla. Così ho iniziato a giocare a pallavolo e non ho più smesso, realizzando i miei sogni di ragazzo, fino a quel momento tenuti nel cassetto.
Uno dei momenti sportivi più belli è stato quando il mitico Andrea Zorzi mi ha chiamato per partecipare ad una partita-spettacolo tra vecchie glorie della pallavolo, un evento legato alla Festa della pace che si svolgeva a Gerusalemme. Ho potuto visitare il Muro del pianto e camminare lungo la Via crucis, luoghi che mi hanno colpito profondamente e che mi sono rimasti, oltre che negli occhi, anche nel cuore., Lo scopo della manifestazione sportiva era quello di creare un momento di unione tra israeliani e palestinesi e in parte ci siamo riusciti; abbiamo certamente gettato un seme che si spera cresca e possa fiorire proprio in questi giorni drammatici vissuti tra guerre fratricide e promesse di vera riconciliazione. Continuerò a lavorare per la pace in tutto ciò che faccio quotidianamente, credendoci fino in fondo insieme a tutte le persone che mi stanno accanto.
La vittoria contro il cancro ha bisogno di enormi finanziamenti sia nel campo della ricerca di base che in quello della sperimentazione clinica grazie a nuovi preparati antitumorali. Pensi che sia più importante che i VIP donino una piccola parte dei loro enormi guadagni o che molti cittadini comuni si uniscano in crowdfunding, con piccole donazioni, per raggiungere risultati sempre migliori sia nelle ricerche di laboratorio che nelle sperimentazioni sui malati?
Da una parte è sconfortante vedere che, nel 2025, il cancro non è stato ancora sconfitto definitivamente come è successo, invece, per il vaiolo e, in larga parte, per la tubercolosi; dall’altra si spera che nei prossimi anni venga scoperto qualcosa di scientificamente così importante da non dover pensare più al cancro come ad una malattia che faccia paura al solo nominarla.
Lo sport coi suoi VIP, in modo sobrio ma con generosità, spesso senza far rumore, insieme con le persone comuni, ciascuna col proprio tratto e con la propria disponibilità, penso si debbano unire nell’organizzare azioni di solidarietà per trovare fondi pro-ricerca e pro-’assistenza ai malati. Il mio libro ha anche questa come finalità, sovvenzionare cioè gli Istituti Oncologici Romagnoli sparsi capillarmente sul territorio emiliano-romagnolo. Infatti, quando mi hanno proposto di raccontare in un libro la mia sfida al cancro, ho posto come unica condizione che non ci fossero fonti di guadagno personali e che tutti gli introiti venissero devoluti ai reparti di oncologia. Lo stesso ha deciso la scrittrice Elisabetta Mazzeo la quale, purtroppo, ha perso il papà proprio mentre stavamo completando insieme il libro, e quindi si è sentita come me molto coinvolta in questo libro-testimonianza. A breve, poi, faremo una donazione legata alla vendita delle prime centinaia di copie e ciò per noi sarà motivo di orgoglio in quanto vediamo che il bene, anche quello fisico, per realizzarsi si deve tradurre in gesti semplici, concreti e gratuiti.
I tuoi familiari, come li hai sentiti vicini durante e dopo la battaglia per vincere il cancro?
I miei genitori e mia sorella li ho sentiti sempre molto vicini, sono stati le mie vere rocce portanti. Ad esempio nell’aiutarmi quando mi sono dovuto trasferire a giocare lontano da casa o come consiglieri preziosi nei momenti di difficoltà e solitudine, anche in quelli della malattia. Li ringrazierò sempre perché sono stati veramente la mia perenne linfa vitale. Per quanto riguarda la mia esperienza da malato, durante il primo mese me la sono gestita da solo, chiuso in me stesso per non far preoccupare troppo i miei cari. Il giorno della diagnosi di tumore, però, ho dovuto per forza telefonare al dirigente della squadra per cui giocavo per spiegargli il motivo per cui non sarei andato in palestra ricevendo subito conforto nel momento i cui mi sono sbloccato a viva voce con lui. Subito dopo ho incontrato, sui gradini di casa, mio padre che mi ha chiesto come mai non fossi andato all’allenamento. Dopo aver spento la sigaretta come segno di rispetto nei suoi confronti, c’è stato un lungo silenzio tra noi, un veloce scambio verbale seguito da un fortissimo abbraccio che mi ha dato subito tanta forza e coraggio. Anche i genitori di Natasha mi sono stati molto vicini pur se sua madre è stata colpita da malattia proprio in quel periodo per cui non poteva essere molto presente vicino a me, ma a suo modo mi è stata di grande aiuto e mi ha donato ugualmente tanto tanto conforto, anche solo con lo sguardo e con l’esempio.
Prevenzione e terapia: come le valuti viste da dentro sia come ex-paziente che, ora, come autista di ambulanze per le emergenze del Pronto soccorso?
La prevenzione è molto importante, anzi direi importantissima. I bambini, i ragazzi e i giovani devono sapere come fare per evitare le patologie più gravi anche se, naturalmente, hanno un po’ di timore nel parlarne ed eventualmente a sottoporsi ai previsti test diagnostici, forse per la naturale paura ed ansia nel caso si dovesse scoprire di essere malati. Ma far conoscere le patologie e come comportarsi per guarire da esse è fondamentale, soprattutto negli anni della scuola Media e durante le Superiori. “La donna – interviene Natasha – mi pare sia più attenta alla prevenzione forse perché è portata a sentirsi proiettata verso la responsabilità di un’eventuale maternità. Pensiamo alle nostre ginecologhe che ci parlano della prevenzione del tumore al seno e all’utero, mentre l’uomo è un po’ prevenuto nei confronti degli esami diagnostici forse per negligenza o per paura. Ma bisogna insistere e diffondere la cultura del “prevenire è meglio che curare”, tramite organizzazioni specializzate nella comunicazione sanitaria come la LILT o le numerose altre Associazioni, molte volte gestite da volontari, che operano, sul territorio, nel settore oncologico”.
Qual è stata la frase più emozionante che ti hanno detto in questo film che è stato il tuo ritorno alla vita, dopo aver visto in faccia la paura della malattia grave?
Le frasi scritte dagli amici via social sono state di grande conforto. Quella che non dimenticherò mai diceva: “Sei sempre stato una persona vera, continua così! La tua forza verrà fuori anche in questo momento!” In effetti tutto quello che sto raccontando è nato quasi per caso dai social. Cinque anni dopo l’operazione chirurgica di rimozione del tumore, l’oncologo di fiducia mi ha dichiarato clinicamente guarito e allora ho voluto ringraziare tutte le persone che mi sono state accanto durante questo lungo periodo, tramite un messaggio Facebook. L’Elisabetta Mazzeo, giornalista che conoscevo dai tempi del Campionato di serie A giocato a Vibo Valentia, mi ha risposto, invitandomi a condividere malattia e guarigione e proponendomi di scrivere insieme un libro a 4 mani. Ho accettato molto volentieri come gesto di testimonianza anche se sapevo benissimo che il cammino avrebbe comportato dei momenti difficili e dolorosi in cui dovevo tornare a scavare in un passato impervio e parzialmente rimosso.
Cosa ti sentiresti di dire ad un giovane a cui viene diagnosticato un tumore? E a una persona di una certa età che ormai ha visto tutto della vita e, casomai, ha sistemato anche figli e nipoti?
Ad un giovane gli direi di non chiudersi troppo in sé ma di aprirsi, all’opposto, coi propri genitori, soprattutto all’inizio. Questo può essere difficile perchè oggigiorno i ragazzi fanno fatica a parlare con le generazioni degli adulti, quasi ci fosse un linguaggio di parole e gesti completamente diverso tra loro. Aggiungerei che è importantissimo affrontare questo percorso nella maniera più positiva possibile, La scienza ha fatto passi da gigante e la speranza, ne sono un esempio io, molte volte e improvvisamente si trasforma in certezza. Qualsiasi cosa uno sente dentro di sé è importante comunicarlo all’esterno creando così quel rapporto di alleanza e fiducia reciproca necessari per sentirsi vivi ed accettati. Io ho avuto la fortuna di incontrare un bravissimo urologo, il Dr Voce che ringrazierò sempre, il quale in quel lunedì pomeriggio del 15 Aprile di una decina di anni fa, alle 16:15, lo ricordo come fosse adesso, è stato molto diretto nel confermarmi la diagnosi e al contempo ha però usato molto tatto nel parlare, e io ho apprezzato tanto questo suo modo di esprimersi nello spiegarmi tutto il successivo percorso terapeutico e illustrandomi ciò che avrei dovuto affrontare. Ci sono state inoltre anche quelle due paroline che mi hanno un poco rasserenato: “stadio iniziale”, che indicavano che il tumore probabilmente era stato preso in tempo.
Importante quindi che la diagnosi sia la più precoce possibile e di conseguenza la cura sia molto efficace per poter tornare allo stato di salute precedente.
Invece alle persone più anziane, soprattutto quelle che sono sole e che io incontro spesso nel mio lavoro di pronto soccorso,direi di farsi aiutare da coloro che gli stanno fisicamente accanto, un parente, un vicino di casa o un conoscente del quartiere, anche attraverso forme di solidarietà telefoniche o online, cercando speranza nelle parole e nei gesti degli altri
Qual è il sogno che custodisci ancora nel cassetto e che oggi senti più vicino a realizzarsi?
Forse quello di diventare infermiere potrebbe essere un sogno da realizzare in futuro insieme a Natasha, e anche quello di vedere i miei figli che lavorino nel settore sanitario o quanto meno che facciano i volontari in questo ambito. Al piccolo Giacomo ogni tanto dico, scherzando, che lui devi studiare per diventare medico per guarire gli altri. Ho avuto la fortuna di trovare sul lavoro 3 colleghi, che ora sono passati nel 118 – e che anch’io vorrei raggiungere a breve – i quali mi hanno trasmesso una grande passione per l’assistenza sanitaria verso il prossimo..Finita la malattia dentro di me ho sentito, infatti, l’esigenza di aiutare gli altri, mi è scattato qualcosa all’improvviso e, chiedendo in giro prima ho conosciuto la Simona, che ora è nei vigili del fuoco e che ai tempi era la responsabile dei bagnini di salvataggio di Marina di Ravenna, la quale mi ha offerto la possibilità di seguire il Corso per essere inserito tra i “lupi di mare” della riviera romagnola. Allenarsi in piscina, vogare in mare, imparare a fare i nodi con le gomene e a riconoscere i venti … la devo ringraziare tanto perchè è stata la prima che mi ha dato la possibilità di lavorare per gli altri. Poi, un amico che conoscevo dai tempi della pallavolo e faceva il volontario nella Pubblica assistenza a Ravenna, mi ha proposto di entrare anch’io come volontario nell’Associazione che frequentava. Detto fatto, ora lavoro proprio in questa Croce, grazie a questo amico di quartiere, Adesso vorrei fare i concorsi x entrare nel 118 perché ciò mi consentirebbe di viaggiare con l’ambulanza per tutta la Romagna ampliando gli orizzonti, e compiendo nuove esperienze sanitarie che chiuderebbero un cerchio immaginario iniziato parecchi anni fa.
Pensi che la malattia ti abbia reso, in qualche modo, una persona migliore o più consapevole?
Si, mi ha fatto essere più tollerante di fronte a determinate situazioni che prima potevano crearmi del nervosismo e ora invece riesco a gestirle con più leggerezza. In questo modo ho rafforzato i miei principi valoriali che porto sempre avanti e cerco di non dimenticarli mai. Ad esempio, per me è fondamentale,il rispetto degli altri, chiunque sia colui che ho di fronte in quel momento. E spero di riuscire a trasmettere questi valori anche ai miei 2 piccoli campioni.
Ognuno di noi, quando si sente sano e in forza, come può contribuire, lungo le sue giornate, a combattere il cancro per sé e per gli altri?
Ripenso alla mia situazione: fino a quel 15 aprile: per me non esisteva niente di negativo e quindi il problema cancro era lontano mille miglia anche perché noi sportivi abbiamo medici che con il loro staff ci controllano a inizio stagione e durante l’anno … ma quando arriva il tuo momento ti casca il mondo addosso. Sport amatoriale, sana alimentazione e buonumore penso possano essere viste come pratiche quotidiane per tenere lontano da sé il cancro, senza starci a pensare troppo, in modo naturale.
Indicaci 3 nomi di persone che non dimenticherai mai in questa vittoria al tie-break, punto a punto contro il cancro
Simona: mi ha proposto di fare il bagnino durante la stagione estiva consentendomi, dopo la malattia, di sentimi vivo e utile,
Tre colleghi di lavoro in ospedale:Michela, Eugenio e Christian. Mi hanno trasmesso la passione del servizio al malato in particolare nelle emergenze del Pronto soccorso.
Il Dr. Voce che mi ha aiutato nel momento della diagnosi e della terapia chirurgica a togliermi l’ansia e ad accompagnarmi verso la cura contro il tumore.
Queste sono le persone che non smetterò mai di ringraziare per quello che hanno fatto per me, in modo libero e appassionato, nel momento del bisogno.
Guardando al futuro, cosa senti di aver imparato da questa vicenda e cosa vorresti conservare per tutta la vita?
Questa esperienza mi ha insegnato ad avere una grande forza mentale che ho dovuto tirar fuori dal mio profondo perché ho capito che dovevo combattere una grande battaglia, innanzitutto con le mie forze interiori, E questa forza mentale vorrei poterla trasmettere ai miei figli Son dovuto diventare anche molto freddo e determinato nel non mollare la presa. Il male mi voleva buttare giù e io invece non volevo farmi trascinare nella disperazione e quindi cercavo di risollevarmi sempre. Alle volte un sorriso e una risata fanno più di una pastiglia o di uno sciroppo.. È sempre stata una sfida contro la malattia e io volevo e dovevo vincerla per i miei che mi stavano accanto, quasi fosse stata una finale di pallavolo da vincere a tutti i costi!
“Ringrazio Luca di aver dedicato tempo in questa intervista, che sicuramente saprà arricchire interiormente chi la leggerà e farà rinascere, come una fenice che risorge dalle proprie ceneri, la speranza e la fiducia, rendendole ancora più vive, luminose e indistruttibili.
Un abbraccio di gratitudine a Luca, che con coraggio e generosità ha aperto ancora una volta il suo cuore, donandoci la sua storia. Ci ricorda che la speranza è la luce che non dobbiamo mai spegnere, anche quando il cammino si fa impervio, e che la voglia di vivere resta la nostra forza più grande.
Gaia Halyna Maletska, psicopedagogista
Lo sport, in fondo, è una vera palestra di vita. Ci insegna che vittoria e sconfitta sono due facce della stessa medaglia, inseparabili e necessarie l’un l’altra. Ogni volta che scendiamo in campo – nello sport come nella vita – accogliamo entrambe: l’ebbrezza della vittoria e il dolore della sconfitta. Ed è proprio nel confronto con i nostri limiti, nella fatica e nella resilienza, che scopriamo la nostra forza e impariamo a crescere davvero.
Grazie, Luca, per averci mostrato che la vera vittoria non è solo superare la malattia, ma continuare ad andare avanti con cuore coraggioso, speranza viva e luce negli occhi.
La tua testimonianza diventa così un messaggio di speranza per chiunque stia affrontando una sfida, un dono prezioso che sostiene chi lo riceve e incoraggia chi lo condivide!”
Nota finale: proprio oggi, 28 Settembre, la Nazionale maschile, imitando in tutto e per tutto quella delle donne, ha vinto il Mondiale di pallavolo per il secondo anno consecutivo! Lo sport tanto amato dal nostro Luca bambino, e non solo.
Ma non è stata unicamente la vittoria atletica di un fantastico gruppo di professionisti bensì il trionfo di un manipolo di amici e compagni di squadra che si sono commossi in diretta fino alle lacrime, supportati in studio da un magnifico Matteo Piano, ripensando ai sacrifici fatti in palestra e al sostegno che hanno avuto dai propri familiari a casa e dagli amici lontani … come il Daniele Lavia, infortunatosi poco prima dell’inizio del torneo ma partecipe alla finale come se fosse stato il settimo uomo in campo.
Viva lo sport, dove non ci sono tanto vinti e vincitori ma tutti si impegnano, divertendosi, a dare il meglio di sé per cercare di trionfare ma anche per rialzarsi dall’eventuale sconfitta, come singoli e come squadra. Proprio come nella Vita.
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